L’ESSENZA DEL COACHING
tratto da “COACHING” di John Whitmore
Se cerchi le parole “Coach” o “Coaching” sul sito web degli Oxford Dictionaires, vengono offerte due definizioni. La prima ci dice che un Coach è, letteralmente, un autobus utilizzato per lunghi viaggi, o un vagone ferroviario. La seconda, invece, ci dice che il Coaching riguarda istruzione e allenamento in ambito sportivo, o un percorso educativo individuale, o il supporto allo studio. Potrà sorprenderti il fatto che, delle due, la definizione più calzante ai nostri fini sia la prima. Il Coaching è un viaggio e non ha niente a che vedere con il ricevere istruzioni o insegnamenti.
Riguarda in misura uguale, se non maggiore, il modo in cui fare le cose, rispetto a quali cose fare. Il Coaching produce risultati in larga misura grazie alle solide relazioni lavorative che crea e allo stile e ai mezzi di comunicazione che impiega. La persona che riceve Coaching acquisisce dati e sviluppa nuove abilità e comportamenti non perché le si dicono o le si insegnano le cose, ma perché LE SCOPRE INTERIORMENTE grazie allo stimolo del Coaching. […]
Coaching vuol dire liberare il potenziale delle persone per massimizzare le loro performance. Significa aiutare le persone ad apprendere, invece di istruirle. Dopo tutto, come hai imparato a camminare? Hai ricevuto istruzioni esplicite dai tuoi genitori? Abbiamo tutti un’abilità innata di apprendere, che viene in realtà intralciata quando riceviamo istruzioni esplicite.
Non si tratta di un’idea nuova: Socrate aveva espresso il medesimo concetto più di 2000 anni prima, ma in qualche modo la sua filosofia era andata persa nella corsa verso il riduzionismo materialista degli ultimi due secoli. Il pendolo è tornato indietro e il Coaching, se non Socrate, è qui per restare per un altro secolo se non per molto di più! Il libro di Gallwey (The Inner Game, 1974 – il primo libro a dimostrare un metodo semplice ma completo per fare Coaching, ndr) ha coinciso con l’emergere di un modello psicologico della natura umana più ottimistico della vecchia visuale comportamentista secondo la quale siamo poco più che contenitori vuoti in cui tutto deve essere introdotto. Il nuovo modello ci vede più simili a ghiande: ciascuno contiene in sé tutto il potenziale per diventare una magnifica quercia. Ci servono nutrimento, incoraggiamento e luce per svilupparci, ma la natura della quercia è già in noi.
Se accettiamo questo modello – e sono in pochi a contestarlo – il modo in cui apprendiamo e, a maggior ragione, il nostro approccio all’insegnamento devono essere messi in questione. Sfortunatamente, le abitudini sono dure a morire e i vecchi metodi persistono, anche se la maggior parte di noi ne conosce i limiti. Può essere più difficile smettere di essere istruttori che imparare a essere Coach.
tratto da “COACHING” di John Whitmore
MENTAL COACH vs PSICOLOGO
Chi fa al caso nostro? Chi può aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi? Qual è la differenza a livello professionale tra queste due figure? Cerchiamo di fare chiarezza per capire meglio a chi rivolgerci qualora ne avessimo la necessità.
di Giorgio Bianchini
Sono ormai parecchi anni che si sente parlare in modo crescente della figura del Mental Coach, un professionista che mediante una metodologia chiamata “coaching”, riesce a far ottenere ai propri clienti risultati sorprendentemente rapidi ed efficaci. La domanda che naturalmente sorge ai più, soprattutto al primo approccio con la materia, riguarda la differenza che intercorre tra il MENTAL COACH e lo PSICOLOGO a livello di competenze, preparazione e intervento col cliente/paziente.
Per cominciare possiamo affermare che lo psicologo e lo psicoterapeuta intervengono laddove si riscontrano deficit o patologie psicologiche che causano problematiche comportamentali nei rapporti del paziente con se stesso e/o con gli altri. Il loro intervento è mirato alla risoluzione della problematica mediante psicoanalisi o terapie cognitivo comportamentali. Il fatto vuole però che, nella stragrande maggioranza dei casi, i nostri disagi psicologici, non sono dovuti a deficit o funzionamenti anomali della nostra psiche, ma a situazioni di difficoltà provocate dall’ambiente nel quale viviamo (lavoro, famiglia, amicizie, media) o da situazioni contingenti alle quali non siamo abituati a reagire. In casi come questi è sicuramente più indicato un Mental Coach in quanto il suo intervento non è mirato alla ricerca di blocchi psichici, patologie o interferenze che risiedono nel passato del soggetto, ma alla definizione di un obiettivo preciso e pratico al fine di raggiungere il benessere emotivo, utilizzando le potenzialità nascoste del coachee (così si definisce il cliente del coach). Una volta individuata la mèta, si traccia un percorso di azione ed eventuali blocchi o difficoltà che sopraggiungeranno, come la carenza di consapevolezza o di motivazione, la poca determinazione, un’emozione bloccante o una convinzione disfunzionale, verranno affrontati e superati di volta in volta; l’assioma determinante è che se siamo persone mentalmente sane possiamo affrontare e risolvere qualsiasi ostacolo e raggiungere qualsiasi obiettivo. Tuttavia, nel caso in cui il coach nella fase esplorativa iniziale, individui una situazione non di sua competenza, si farà da parte e consiglierà al cliente di rivolgersi ad uno psicologo o uno psicoterapeuta.
A questo punto emerge quella che è una delle differenze sostanziali tra le due figure professionali; partendo entrambi da una fotografia della situazione attuale, psicologo e coach agiscono con modalità differenti: lo psicologo guarda prima al passato per risolvere blocchi o patologie, per poi muoversi nel presente, il mental coach parte dal presente e punta decisamente al futuro. Ovviamente essendo le due situazioni sostanzialmente diverse (lo psicologo deve prima capire e affrontare problematiche a volte difficili e nascoste), le tempistiche nel raggiungimento dei risultati sono differenti. Il coach infatti, non dovendo risolvere blocchi o nodi psicologici, può dirigersi subito verso l’obiettivo, spolverando, ripulendo e portando alla luce le potenzialità mentali del coachee e lanciarlo verso il raggiungimento del suo obiettivo di benessere; un lavoro molto più pratico ed immediato.
Un altro aspetto da chiarire è la figura del coach da un punto di vista professionale; il mental coach o life coach, così come le altre figure analoghe (sport, business, nutrition, executive, corporate coach) hanno affrontato percorsi di studi approfonditi di psicologia positiva, autorealizzazione, motivazione ed efficacia personale nonché specifici sul metodo del coaching, metodo riconosciuto e consolidato ormai da anni a livello internazionale. La figura del coach professionista è regolamentata dalla legge n. 4 del 2013 che riconosce e tutela le professioni non organizzate in albi o collegi.
In conclusione possiamo dire che in moltissimi casi un buon coach è sicuramente più efficace e indicato di uno psicologo o psicoterapeuta, semplicemente perché se non sussistono alla base problematiche di natura psichica, una terapia psicologica classica può rallentare la strada verso gli obiettivi di benessere personale. Il coaching infatti punta fin dalla prima sessione al miglioramento della situazione che, passo dopo passo, autoalimenta la positività e l’autostima portando ai risultati desiderati in tempi molto rapidi.
ALLENARE LA MENTE NELLO SPORT
di Giorgio Bianchini
L’esito di ogni performance sportiva, dal semplice allenamento alla gara più importante della stagione, è determinato da più variabili, alcune non controllabili (avversario, condizioni climatiche, campo di gara, arbitro o giuria), altre assolutamente controllabili perché dipendenti dalla nostra volontà, quindi allenabili e migliorabili. Due sono quelle sulle quali ci concentriamo maggiormente e per le quali spendiamo ore e ore di allenamento: la preparazione atletica (alla quale concorrono anche alimentazione e riposo) e la preparazione tecnica e tattica. Ma ce n’è una alla quale non prestiamo adeguata attenzione o che addirittura non consideriamo, pur essendo determinante tanto se non più delle altre: la preparazione mentale. Dico più delle altre perché spesso si verificano situazioni nelle quali squadre o singoli atleti meno attrezzati da un punto di vista tecnico-tattico e/o atletico, riescono a realizzare degli exploit sportivi coprendo il gap con l’avversario grazie alla loro determinazione, cattiveria agonistica e “voglia” di vincere, in sostanza grazie alla loro FORZA MENTALE.
I più famosi e vincenti campioni dello sport, ma anche tantissimi professionisti hanno infatti nel loro staff tecnico una figura alla quale non possono rinunciare e che a volte li segue come un ombra ad ogni competizione: il MENTAL COACH. Non parliamo poi degli sport di squadra dove il suo apporto è fondamentale non solo per migliorare le prestazioni di ogni atleta, ma anche e soprattutto per agevolare lo spirito di squadra e la sinergia fra i singoli, allo scopo di creare quell’alchimia che porta la squadra a “funzionare” e di conseguenza vincere. Se ci pensiamo, i più grandi e vincenti allenatori sportivi in realtà sono dei Mental Coach che riescono ad ottenere il meglio dai loro giocatori sotto l’aspetto mentale e caratteriale, ancor prima che tecnico-tattico.
Quindi, che tu sia uno sportivo professionista o amatoriale, se vuoi crescere per ottenere le tue migliori performance, dai la giusta importanza a questo aspetto nella tua preparazione e affidati ad un Mental Coach che, con un percorso specifico e personalizzato, ti saprà indirizzare verso le giuste pratiche di allenamento mentale.
IL MENTAL COACHING NEGLI SPORT INDIVIDUALI
di Giorgio Bianchini
Molteplici sono le classificazioni sotto le quali possono essere raggruppati i vari sport in base alle loro peculiarità, anche combinate insieme: abbiamo sport di potenza, di resistenza, di precisione, di combattimento, di destrezza, outdoor o indoor, eccetera, ma la classificazione che il mental coaching in primis prende in considerazione è se si tratta di sport di squadra o individuali. Per questi ultimi inoltre è necessario fare una ulteriore distinzione, se cioè l’atleta compete “a tu per tu” in modo diretto con uno o più avversari oppure non direttamente. Nella prima tipologia, che possiamo chiamare “Sport individuali diretti”, ogni azione dell’atleta è una risposta immediata all’azione dell’avversario; ne è un esempio tipico il tennis, così come il ping-pong, gli sport di combattimento, la scherma, il ciclismo, gli sport motoristici, lo sci di fondo. La seconda tipologia può essere definita “Sport individuali indiretti” dove l’atleta nel gesto tecnico è solo con se stesso, non risponde cioè a un’azione dell’avversario; in questa categoria sono compresi gli sport di tiro, nell’atletica leggera tutti i concorsi e le corse fino ai 400mt, lo sci alpino, il salto con gli sci, la ginnastica artistica, nuoto e tuffi, il sollevamento pesi, il pattinaggio artistico, canoa e canottaggio, il golf.
Dal punto di vista mentale in questi ultimi la principale sfida è contro se stessi e la propria capacità di produrre il miglior gesto, a prescindere dal quello che sta facendo l’avversario; il risultato finale della gara dipenderà dalla somma delle prestazioni espresse in base alle capacità fisiche, tecniche e mentali dell’atleta. Quindi è durante gli allenamenti che verrà “scritto” il risultato finale della prossima prestazione che ovviamente non sempre coinciderà con la classifica della singola gara. Facciamo un esempio: in una gara di tiro con l’arco indoor specialità arco olimpico, il massimo punteggio raggiungibile è 600 con un massimo di 10 punti a scoccata. Il compito dell’arciere è di performare al massimo ad ogni tiro e raggiungere o comunque avvicinarsi il più possibile ai 600 punti finali, a prescindere da quello che stanno facendo i suoi avversari; la gara pertanto è con se stesso, quindi con le sue capacità tecniche e mentali di ottenere il massimo da ogni tiro e con l’abilità di gestire le condizioni personali e ambientali del momento. Se tutto questo porterà a totalizzare un punteggio di 600 sicuramente la gara sarà vinta, a prescindere da quello che gli avversari realizzeranno. Un altro esempio sono i 100mt piani dove ogni concorrente sa in base ai propri tempi in allenamento a che piazzamento può ambire, ma sa anche che se li correrà sotto i 9:58 (record del mondo) al 99% vincerà la gara! Pensiamo anche a sport come i tuffi, il salto in alto ma anche il golf o la ginnastica artistica; non c’è una sfida diretta contro azioni dell’avversario ma la ricerca della propria massima prestazione misurabile da un cronometro, una giuria o un’asticella.
Il focus di un percorso di coaching in questa tipologia di sport è quello di mettere l’atleta nella capacità mentale di performare al 100% ad ogni suo turno, gestendo al meglio le condizioni del momento. Tutto questo è stato analizzato e approfondito da Timothy Gallway, il padre del mental coaching che, partendo da uno sport individuale diretto come il tennis, per primo ha capito che in realtà ogni sfida sportiva è in primis una sfida contro se stessi e i propri limiti, e contro quella parte del proprio “io” che tende a limitarci e sabotarci, facendoci fallire nel risultato. Tutto questo è ancora più evidente negli sport individuali indiretti dove, come abbiamo visto, ancora di più ci confrontiamo con noi stessi e i nostri risultati e solo dopo con quelli degli avversari. Il mental coach in questo caso dovrà portare l’atleta a performare sempre ai propri massimi livelli gestendo le emozioni, le aspettative e le pressioni, non sopprimendole, ma trasformandole in quel booster che il giorno della gara lo farà rendere al 100% ed ottenere il miglior risultato personale possibile.
LA SPESA: UN MOMENTO DECISIVO
di Giorgio Bianchini
C’è un momento nella nostra quotidianità in cui i buoni propositi di sana alimentazione che ci siamo ripromessi vengono messi alla prova: la spesa.
Sia che questo rituale avvenga giornalmente o settimanalmente, che si consumi al supermercato o in vari negozi al dettaglio, si tratta comunque di un momento decisivo perché determina ciò che introdurremo nel nostro organismo nei prossimi pasti. Infatti se la nostra dispensa sarà rifornita di prodotti sani avremo ovviamente una alimentazione sana, viceversa se le scorte in cucina saranno rappresentate da cibo-non cibo. Teniamo bene presente infatti che gran parte dei prodotti presenti nei negozi di generi alimentari servono a soddisfare i profitti delle industrie alimentari e non le necessità fisiologiche della clientela.
Nella scelta dei prodotti pertanto è determinante saper leggere le etichette, in particolare la lista degli ingredienti e la tabella nutrizionale che, per obbligo di legge, vengono riportatate su ogni confezione.
Un altro consiglio molto utile è quello di compilare preventivamente la lista di ciò che dobbiamo acquistare, e di attenerci scrupolosamente ad essa, senza farci “fregare” dalle varie strategie di vendita adottate soprattutto nella grande distribuzione.
Fare la spesa a stomaco pieno o perlomeno non in preda a devastanti attacchi di fame, è un’altra strategia utile per non cadere in tentazioni o scelte sciagurate. Non è necessario consumare un pasto completo, ma perlomeno smorzare un po’ la fame con un frutto o uno snack sano.
Altri utili consigli così come le indicazioni per la lettura delle etichette ci possono essere forniti da un professionista del settore, un medico nutrizionista, un dietologo o un coach nutrizionale certificato.
Il buonsenso dev’essere comunque il nostro miglior alleato tenendo presente il concetto indiscusso che “NOI SIAMO CIÒ CHE MANGIAMO”.
IL NUTRITION COACH QUESTO SCONOSCIUTO
di Stefania Hippel
Il Nutrition Coach è un professionista che ha il compito di aiutare le persone a raggiungere obiettivi di benessere fisico migliorando le abitudini alimentari e lo stile di vita. Attraverso un processo di coaching mirato, la persona identifica e supera i propri ostacoli, crea l’ambiente adeguato e adotta l’atteggiamento e la determinazione necessari per raggiungere il cambiamento nella propria alimentazione, riuscendo a sua volta a migliorare altri aspetti del proprio stile di vita.
Come in tutti i processi di miglioramento personale, FIDUCIA, COSTANZA e PAZIENZA sono le prerogative essenziali per far si che gli obiettivi vengano realizzati, obiettivi che comunque devono essere realistici e raggiungibili.
Il ruolo del Coach è quello di individuare un percorso SOSTENIBILE e aiutare chi si affida a lui a percorrerlo, rispettandone le caratteristiche e le peculiarità personali.
In un rapporto di collaborazione, viene svolto un lavoro a livello emotivo e comportamentale affinché sia il cliente stesso a prendere coscienza e si responsabilizzi riguardo al proprio processo di cambiamento, arrivando ad adottare delle abitudini di vita SALUTARI e DURATURE.
IL PILOTA AUTOMATICO
di Giorgio Bianchini
In che modo le azioni che svolgiamo durante la giornata vengono determinate dal nostro cervello? La maggior parte, lo sappiamo, in modo automatico (ad es. respirare, battere le ciglia, grattarci) senza che la nostra mente conscia se ne renda conto; ma anche quelle che, prima di essere eseguite vengono ponderate dalla nostra mente, in realtà vengono comandate da una sorta di “pilota automatico” alloggiato nella nostra struttura cerebrale. Questo pilota considera, valuta, decide e ci fa agire seguendo dei percorsi mentali predefiniti, che non sono altro che la risultante delle nostre abitudini e delle nostre convinzioni, in parte maturate con le esperienze, ma in gran parte condizionate dalla società e dal contesto in cui viviamo (famiglia, comunità, amicizie, educazione, pubblicità, credo politici e religiosi, eccetera). Noi siamo convinti di decidere deliberatamente ma in realtà siamo fortemente condizionati da fattori esterni.
Quando siamo spinti dalla curiosità o dalla voglia di cambiare e fare qualcosa di diverso dal solito, dobbiamo scollegare momentaneamente il pilota automatico che altrimenti ci farebbe desistere dal nuovo proposito, riportandoci, senza che ce ne rendiamo conto, alle decisioni standard già programmate. Il vero libero arbitrio però è molto, molto difficile.
Ricordiamoci che la curiosità e la voglia di cambiamento sono quelle forze tipiche dell’uomo che ci hanno fatto progredire nel corso dei secoli e, in ognuno di noi, ci fanno crescere e migliorare giorno dopo giorno; non ascoltarle o reprimerle significa fermarsi o addirittura regredire.
LA MACCHINA PERFETTA
di Giorgio Bianchini
Immaginiamo che al conseguimento della patente di guida ci venga REGALATA un’automobile bellissima e perfetta, però con un unico dettaglio: sarà l’UNICA per tutta la vita, non ne potremo ricevere o acquistare altre. Cosa faremmo? Come tratteremmo quella bellissima vettura? Immagino con la massima cura, una cura quasi maniacale; ad ogni spia accesa o ad ogni piccolo rumorino, la porteremmo subito dal meccanico per capirne il motivo e porvi rimedio, faremmo la manutenzione puntualmente, useremmo il carburante e i lubrificanti migliori, e mille altre attenzioni affinché ci duri per tutta la nostra vita, sempre perfettamente funzionante, bella e comoda.
Bene, perché non facciamo lo stesso con il nostro corpo? Quando siamo nati ci è stato fatto il regalo più prezioso, tra l’altro senza aver fatto nulla per meritarcelo. Il nostro fisico è una macchina perfetta, la più perfetta ed incredibile con la quale avremo a che fare per tutta la vita, ma soprattutto UNICA.
E noi come trattiamo questa “Ferrari” della natura? Siamo sicuri di seguire quelle poche e semplici istruzioni per stare in salute a lungo? Lo facciamo? Ne siamo sicuri? O abbiamo preso delle cattive abitudini senza nemmeno rendercene conto?
Il corpo umano è “programmato” per vivere fino a 120 anni, anno più o anno meno, ma se noi non facciamo quello che la Natura ci ha insegnato, finiremo per “funzionare” sempre peggio e ci imbottiremo di farmaci sempre prima per “tenere duro” il più a lungo. Ma ricordiamoci che prendere una pillola per risolvere un disturbo senza capirne e curarne la causa è come togliere la lampadina della spia dell’olio della nostra automobile; il problema si risolve ma solo apparentemente, prima o poi il motore cede!
DIMMI CON CHI VAI, TI DIRÒ…COME STAI
di Stefania Hippel
Una delle chiavi della nostra longevità e della nostra salute, non è solo nelle nostre mani, ma anche in quelle delle persone che frequentiamo.
Infatti il famoso studio epidemiologico Framingham, mostra che se ad esempio i nostri tre migliori amici sono in sovrappeso o addirittura obesi, il rischio che lo diventiamo anche noi aumenta del 50%. Per fortuna è vero anche l’opposto: se frequentiamo persone che mangiano sano, anche per noi sarà più facile mangiare cibi sani. Se i nostri amici amano fare sport o attività fisica in genere, ci offriranno migliori chance di farlo anche noi.
Quindi per vivere in salute e porre le basi per una sana longevità non basta aver ereditato un buon corredo genetico da mamma e papà, bisogna anche impegnarsi a scegliere BUONE AMICIZIE!”.
L’APERTURA MENTALE NON È UNA FRATTURA DEL CRANIO
di Giorgio Bianchini
La curiosità, la voglia innata di esplorare e scoprire cose nuove, sono quelle peculiarità che hanno consentito all’uomo di svilupparsi e diventare l’essere evoluto che è oggi.
Se Leonardo Da Vinci, Cristoforo Colombo, Galileo Galilei, Niccolò Copernico, Albert Einstein e tanti altri uomini illustri che hanno fatto la storia dell’umanità non fossero stati curiosi di andare “oltre”, come sarebbe il mondo oggi?
“Perché dovrei cambiare? Ho sempre fatto così…” è il concetto che tarpa le ali ai nostri sogni, alle nostre ambizioni, al nostro sviluppo. La vita non ci è stata donata per essere vissuta passivamente, facendoci scivolare addosso tutto quello che ci capita, ma per essere esplorata, cogliendo ogni occasione per scoprire nuovi orizzonti, nuovi scenari, nuove possibilità. Essere statici non porta a nessun luogo, sia fisico che mentale, ci fa rimanere dove siamo e come siamo.
E’ la nostra natura che ce lo impone: proviamo cose nuove, conosciamo persone nuove, visitiamo luoghi sconosciuti, solo così potremo crescere, migliorare noi stessi, e diventare quello che vogliamo, a qualunque età e in qualunque stato fisico e mentale ci troviamo.…Qualcuno ha detto “Siate affamati, siate folli”.
LA FAME “EMOTIVA”
di Stefania Hippel
Quando parliamo di fame emotiva, facciamo riferimento alla necessità di mangiare non legata a un impulso fisiologico ma a stati d’animo come l’ansia, lo stress e la frustrazione.
Tutti, almeno una volta, abbiamo mangiato per ragioni emotive, esattamente come quando, spinti dalla noia, apriamo il frigo per spizzicare qualcosa. Se questi episodi si verificano sistematicamente come strategia per regolare le emozioni, possono diventare problematici; infatti numerosi studi dimostrano che la fame emotiva è uno dei principali fattori associati all’aumento di peso.
La fame emotiva è un processo di apprendimento che inizia al momento della nascita, quando la mamma porta il bebè al seno per allattarlo e, allo stesso tempo, per far sì che si senta al sicuro. Si tratta dei primi sentimenti di protezione collegati all’alimentazione. In questo modo, anche durante l’infanzia, i bimbi vengono premiati con caramelle e castigati proibendo loro di mangiarne; e, anche in età adulta, qualsiasi tipo di festeggiamento è legato a un momento in cui sono presenti alimentazione e cibo.
Il cibo quindi ricopre un ruolo da protagonista nel momento in cui lo associamo alle emozioni positive, e questa associazione permane nel tempo.
Grazie a questo processo, di fronte ad emozioni negative come frustrazioni, tristezza, arrabbiature, preoccupazioni, ricorriamo al cibo con l’intento di recuperare quelle sensazioni positive a cui esso è associato.
Alcuni alimenti, per natura, aiutano ad alleviare il nostro stato emotivo; si tratta di alimenti, come ad esempio il cioccolato, che contengono triptofano, un aminoacido che permette la produzione di serotonina, un neurotrasmettitore che produce una sensazione di benessere e di rilassamento (conosciuta comunemente come ormone della felicità).
CAMBI DI STAGIONE, FASTIDI IN ARRIVO
di Stefania Hippel
L’arrivo della primavera, così come ogni cambio di stagione, influenza significativamente il nostro organismo che si deve adattare a una nuova situazione: cambiano le temperature, le ore di luce aumentano, l’aria stessa è diversa con il risveglio della natura. Questo repentino cambiamento ambientale richiede al nostro fisico un adattamento che non può avvenire dall’oggi al domani, ma che richiede parecchi giorni.
Durante questo periodo tutti noi, chi più chi meno, siamo in preda a stress mentale e cali di energia, causati da un’alterazione della serotonina e della melatonina, dovute alle modifiche nell’alternanza tra luce e buio. Addirittura si possono manifestare una serie di disturbi che possono compromettere la qualità della vita quotidiana: insonnia, irritabilità, inappetenza, ansia ed emicrania sono i più frequenti. Ovviamente si tratta di una situazione temporanea ma di sicuro fastidio e alla quale vogliamo porre rimedio.
Con semplici accorgimenti nello stile di vita, nell’alimentazione quotidiana e con l’aiuto dell’integrazione vitaminica, possiamo aiutarci a vivere meglio questo ineluttabile appuntamento stagionale.
Copyright©2022 GS coaching
Powered by GS coaching